Dott.sa Stefania De Chiara

Medico Chirurgo
Perfezionata in Dietologia Clinica
Master II livello internazionale

Stadtgasse, via centrale, 43 39031 Bruneck/Brunico (Bz)
s.dechiara@lifekey.it

Dott. Massimo Vitarelli

Laureato in Medicina e Chirurgia Esperto in Fisiologia dell’Esercizio Fisico
Stadtgasse, via centrale, 43 39031 Bruneck/Brunico (Bz)
m.vitarelli@lifekey.it

Percezione nell’illusione

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Percezione nell’illusione

Il mondo in cui viviamo è il risultato dell’interpretazione che il nostro cervello ha di esso. La percezione di uno stimolo è, in realtà, ben diversa dalle caratteristiche fisiche che lo determinano. Il sistema nervoso filtra le informazioni in arrivo e le interpreta anche in rapporto alle sue esperienze precedenti. Ad esempio noi riceviamo onde di pressione e percepiamo (sentiamo) dei suoni.
I suoni, i colori, gli odori, i sapori, le forme non esistono al di fuori della nostra “mente”.
Che rumore ha il tuono durante un temporale se non c’è nessuno a sentire? Il tuono crea delle onde di pressione ma non il boato; quest’ultimo viene creato dal nostro cervello.
Che forma avrebbe un volto se non avessimo “sensori” sulla nostra pelle per toccarlo o occhi per vederlo?
La nostra percezione non si basa sul registrare direttamente ciò che avviene, ma sul costruire un’interpretazione per mezzo del sistema sensoriale e dell’esperienza.
Perché focalizzarsi su questo aspetto?
Perché qualsiasi cosa facciamo, se vogliamo essere consapevoli, inizia da questo presupposto.
Identificarci fortemente in qualcosa potrebbe allontanarci dal nostro vero scopo. Noi siamo a prescindere da ciò che rappresentiamo. E non dovremmo essere nemmeno ciò che vorremmo rappresentare. Probabilmente basterebbe essere semplicemente ciò che siamo realmente.
Ma la strada è lunga, tanto più che il problema è capire innanzitutto da dove inizia! Figuriamoci percorrerla!
Il “problema” non è tanto vivere la Nostra illusione, piuttosto vivere nell’illusione…

Tenere sempre a mente la gabbia dorata in cui si rischia di rimanere imprigionati, può aiutare a non essere prede facili degli altri e di se stessi. Un’estrema e cieca identificazione con ciò che si pratica, che sia uno sport, un lavoro, una moda, un gruppo/setta, una religione,…. porterà a negarsi la possibilità di essere realmente liberi. Partecipare senza essere dipendenti potrebbe essere una buona scelta…

L’unico mezzo che abbiamo per percepire il mondo è il nostro corpo, inteso come insieme inscindibile di corpo e mente.

D’altra parte perfino l’essere più intelligente di fronte ad un tremendo mal di pancia non riuscirà a concentrarsi su altro, perché il nostro universo psichico è indissolubilmente legato alle percezioni provenienti dal corpo: siamo preda del dolore. Facile concludere che per essere “felici” non bisognerebbe provare perennemente sofferenza… aver controllo del proprio corpo, conoscerlo e saper eludere i suoi inganni,  può facilitare l’intento. Ma alla fine anche il dominarsi eccessivamente diventa forzatura e disagio… Quindi cosa fare? Vivere esperienze con intensità ed onestà potrebbe essere una strada interessante da percorrere.

Paradossalmente un corpo menomato potrebbe essere uno strumento più valido di uno apparentemente integro… Perchè alla fine ciò che conta è uno sforzo sincero che conduce all’armonia di ciò, che in realtà, duale non è.

Strana coincidenza la “società civile” spinge più o meno consapevolmente a vivere con minor sforzo possibile; poi magari ci si esaspera per pochi minuti nel tentativo di raggiungere una forma/modello che non esiste, rimanendo un po’ disgustati da quel retrogusto depressivo/insoddisfatto. Far ragionare poco e consumare tanto rende bene… sarà sempre così… ma si può scegliere.
Nel momento che non siamo più padroni di modulare conscientemente le nostre percezioni ci siamo semplicemente arresi. E l’arrendersi è commisurato allo scarso impegno non al risultato. Chiaramente compiere uno sforzo opportuno non significa sfinirsi scioccamente, distruggersi… al contrario comprendersi ed evolversi!

Impariamo a giocare la nostra partita senza condizionamenti, perché forse l’unica cosa che conta, quando arriva il “game over”, è la libertà e la reale presenza con cui abbiamo affrontato la nostra esperienza virtuale…